Come le compagnie petrolifere stanno martoriando le terre degli indigeni Mapuche in Patagonia

Le compagnie petrolifere stanno portando via terre, salute e identità agli indigeni della Patagonia ma negano di avere responsabilità

La spettacolare vista panoramica data dalle formazioni rocciose nella Patagonia argentina è rovinata dai numerosi pozzi di estrazione di petrolio e gas del giacimento di Vaca muerta, fonte di inquinamento e di problemi di salute grave per le popolazioni indigene che vivono in quelle terre.

A Vaca muerta 20 aziende possiedono un totale di 36 concessioni su un’area di circa 8.500 chilometri quadrati. La compagnia petrolifera argentina YPF guida il gruppo con 23 aree, di cui 16 operative, in collaborazione con la società americana Chevron.

Un mese fa, uno dei pozzi presenti nella provincia di Neuquén è esploso e ha continuato a bruciare per ben 24 giorni: il violento incendio è stato spento solo lo scorso lunedì.

Incidenti di questo tipo si verificano regolarmente a Vaca Muerta, uno dei maggiori serbatoi di petrolio e gas del Pianeta, dove dal 2011 sono sorti quasi 2000 pozzi di perforazione. Solo nel 2018 si sono verificati 934 incidenti in 95 pozzi: esplosioni, incendi e fuoriuscite di gas e petrolio provocano inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria che sta peggiorando drammaticamente le condizioni di salute delle popolazioni indigene e del bestiame.

I problemi che gli indigeni si trovano ad affrontare vengono ignorati dai governi, che vedono nel giacimento la salvezza economica del Paese, in grado di trasformare l’Argentina in una potenza mondiale, ma secondo l’ambientalista Maristella Svampa, la promessa che Vaca Muerta trasformi l’Argentina in una nuova Arabia Saudita è un mito, come quella di El Dorado:

“È l’illusione magica di una ricchezza improvvisa”, ha detto Svampa.

Per la comunità di Campo Maripe, che comprende circa 140 indigeni Mapuche, Vaca Muerta non ha portato loro ricchezza, ma solo discriminazione, espropriazione delle terre e problemi di salute per loro e per gli animali.

“Le compagnie petrolifere sono entrate nella nostra terra senza il nostro permesso” – afferma Mabel Campo Maripe, indigena 52enne – “Hanno perforato circa 400 pozzi contaminando tutto. Hanno scavato buche vicino ai pozzi dove hanno scaricato i rifiuti senza alcun trattamento e hanno gettato rocce su di essi per coprirli. Abbiamo perso la nostra terra migliore. “

Le compagnie petrolifere hanno infatti costruito centinaia di pozzi negli ultimi sette anni sull’altopiano di Loma Campana, dove per un secolo la comunità indigena ha abitato, coltivato e portato il bestiame a pascolare.
La zona ora è priva di alberi a fare ombra in una terra che d’estate raggiunge i 40°C e non c’è più erba per la sussistenza degli animali.
Le attività estrattive hanno anche determinato gravi problemi di salute per gli animali e per le persone.

“Abbiamo avuto capre nate senza mascelle, senza bocca.” ha raccontato Mabel.”Una delle nostre sorelle e suo marito sono morti di cancro nel 2017. Il fracking ha colpito le nostre ossa, che vengono decalcificate. Ho un impianto in titanio nella colonna vertebrale e anche una mia sorella ne ha bisogno. Mio fratello Albino ha subito un’operazione al braccio a causa della perdita ossea.
L’anno scorso, il nipote di un’altra sorella è nato con l’intestino fuori dal corpo. Lo hanno dovuto operare”

Poi ci sono i mal di testa permanenti e l’odore di benzina che nei giorni caldi e ventosi invade i campi.

Nel 2014, gli indigeni iniziato a bloccare la strada di accesso utilizzata dai camion delle compagnie petrolifere per raggiungere l’altopiano di Loma Campana.

“Prima abbiamo bloccato la strada per due settimane, poi per 48 giorni e poi ancora per altri 48 giorni”, ricorda Mabel.

Gli indigeni sono arrivati a occupare anche gli uffici di YPF a Neuquén e questo ha portato al raggiungimento di un accordo con il quale è stato istituito un comitato speciale di esperti per determinare l’esistenza dei diritti della comunità su 17mila ettari di terreno a Loma Campana.

“Siamo stati in grado di determinare che la comunità di Campo Maripe ha occupato la terra continuamente almeno dal 1927, quando hanno iniziato a pagare i diritti dei pascoli al governo nazionale”, ha detto Jorgelina Villarreal, un’antropologa che fa parte del comitato. “Abbiamo trovato documenti governativi, persino una mappa dell’esercito, che mostrano che sono stati i primi coloni registrati di Loma Campana.”

Nel 2015 le autorità hanno rifiutato le conclusioni del comitato: l’allora presidente Jorge Sapag dichiarò che il rapporto non era riuscito a dimostrare che la comunità vivesse lì nel 17°, 18° e 19° secolo, dunque le rivendicazioni degli indigeni sull’altopiano non erano valide.

Forte delle dichiarazioni di Sapag, la YPF nega i diritti dei Mapuche su Loma Campana:

“Campo Maripe non ha mai abitato l’ampia terra per la quale rivendicano” – ha affermato un portavoce della YPF – “ Le loro case e le attività culturali o produttive sono a diversi chilometri da YPF e dalle operazioni di Chevron.
Tuttavia, la comunità afferma ancora che dovrebbero avere dei diritti sulle terre in cui operano YPF e Chevron. “

Le compagnie petrolifere negano poi che il loro lavoro contamini l’acqua perché l’estrazione avviene a 3000 metri sotto terra, mentre le falde acquifere sono a una profondità di soli 200 metri.

Per quanto riguarda i problemi di salute e i casi di cancro, disturbi respiratori e lesioni cutanee denunciati dagli indigeni, YPF non vede alcuna correlazione con la propria attività e ha dichiarato che:

“In YPF ci impegniamo a operare con i più alti standard. L’eccellenza operativa è fondamentale e lavoriamo in modo permanente per migliorare e implementare soluzioni che minimizzino i potenziali impatti che la nostra attività potrebbe generare.
“Nel caso speciale di Loma Campana, l’area che gestiamo in collaborazione con Chevron, nessun incidente di alcun tipo è stato registrato dall’inizio delle operazioni nel 2013”

Non la pensano così le associazioni ambientaliste, tra cui Greenpeace, preccupate per le fuoriscite di gas e petrolio nel terreno e per le particelle volatili che si disperdono nell’aria dalle montagne di migliaia di metri cubi di rifiuti prodotti dalle compagnie petrolifere.

Vaca Muerta deve ancora dimostrare la sua redditività economica: il paese ha speso finora migliaia di dollari per attirare investitori e per il momento le attività di estrazione rappresentano una perdita economica per l’Argentina.

Oltre ai costi in denaro, a pagare il prezzo più alto sono i Mapuche:

“Come Mapuches, non stiamo combattendo solo per noi stessi o per la nostra comunità”, afferma Albino Campo Maripe. “Vogliamo che i nostri figli e nipoti sappiano che abbiamo combattuto per qualcosa che appartiene a tutti. L’acqua è vita. Ogni pianta è vita. L’avidità dei governi sta uccidendo il mondo. Il mondo non finirà. Stiamo per estinguerci, perché ci stiamo uccidendo “.

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Tatiana Maselli

Photo credit: Vaca muerta news


Fonte: https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/indigeni-patagonia-compagnie-petrolifere/

Autore dell'articolo: greenme.it