Coronavirus: la vitamina D potrebbe avere un ruolo di prevenzione e terapeutico. Lo studio italiano

Più vitamina D meno rischi legati al coronavirus. È più o meno questo l’assunto cui sono arrivati gli studiosi dell’Università di Torino, secondo cui la vitamina D avrebbe un ruolo preventivo e terapeutico nella gestione della pandemia da Covid-19

Sembra una di quelle fake news che tanto hanno invaso le nostre chat nelle ultime settimane, ma non così e i docenti torinesi hanno voluto approfondire il ruolo che potrebbe svolgere la carenza di vitamina D, che in Italia interessa una vasta fetta della popolazione, soprattutto anziana.

Gli studiosi hanno suggerito ai medici in un documento ad hoc, già sottoposto ai Soci dell’Accademia di Medicina di Torino, di assicurare – in associazione alle misure di prevenzione di ordine generale – adeguati livelli di vitamina D nella popolazione, ma soprattutto nei soggetti già contagiati, nei loro congiunti, nel personale sanitario, negli anziani fragili, negli ospiti delle residenze assistenziali, nelle persone in regime di clausura e in tutti coloro che per vari motivi non si espongono adeguatamente alla luce solare.

Inoltre, potrebbe anche essere considerata la somministrazione della forma attiva della vitamina D, il Calcitriolo, per via endovenosa nei pazienti affetti da Covid- 19 e con funzionalità respiratoria particolarmente compromessa.

Lo studio

Sulla base di diverse ricerche scientifiche, i professori dell’Università di Torino sono partiti dal presupposto che il raggiungimento di adeguati livelli plasmatici di Vitamina D sia necessario anzitutto per prevenire le numerose patologie croniche che possono ridurre l’aspettativa di vita nelle persone anziane, ma anche per determinare una maggiore resistenza all’infezione COVID-19 che, scrivono, “sebbene con minore evidenza scientifica, può essere considerata verosimile”.

Anche se non vi è pieno accordo fra le diverse società scientifiche, possiamo considerare come accettabili nella popolazione generale valori superiori a 20 ng/ml, mentre negli anziani sarebbe opportuno raggiungere almeno i 30 ng/ml.

La vitamina D può essere sintetizzata dalla cute, per effetto delle radiazioni ultraviolette emesse dalla luce solare, oppure può essere assunta con gli alimenti. Una volta prodotto dalla cute, o assunto con gli alimenti, il Colecalciferolo si accumula nel tessuto adiposo per essere poi gradualmente rilasciato e per andare incontro a due successive idrossilazioni, la prima nel fegato (25 OHD) e la seconda nel rene, con produzione della sua forma attiva (1-25 OH2 D3 o calcitriolo) che poi, legandosi a specifici recettori, agisce su diversi tessuti con un meccanismo simil-ormonale. Durante l’inverno, i livelli di Colecalciferolo si riducono di molto, sia per la minore irradiazione solare e sia per l’esaurimento delle riserve accumulate durante l’estate: per questo motivo, nei mesi di febbraio/marzo vi è un maggiore rischio della sua carenza.

Le indicazioni derivano da numerose evidenze scientifiche che hanno mostrato un ruolo attivo della vitamina D sulla modulazione del sistema immunitario, la frequente associazione dell’Ipovitaminosi D con numerose patologie croniche che possono ridurre l’aspettativa di vita nelle persone anziane, tanto più in caso di infezione da Covid-19, un effetto della vitamina D nella riduzione del rischio di infezioni respiratorie di origine virale, incluse quelle da coronavirus, e la sua capacità di contrastare il danno polmonare da iperinfiammazione.

Va da sé, concludono gli esperti, che il compenso di una diffusa carenza vitaminica può essere raggiunto innanzitutto esponendosi alla luce solare per quanto possibile, alimentandosi con cibi ricchi di vitamina D e, “sotto controllo medico, assumendo specifici preparati farmaceutici”.

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QUI il documento completo.

Fonte: Università di Torino

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Fonte: https://www.greenme.it/mangiare/alimentazione-a-salute/vitamina-d-contagi-coronavirus/

Autore dell'articolo: greenme.it